Smart drugs: quando le droghe vengono assunte per migliorare prestazioni lavorative e produttività

di Carola Onnis


Una nuova frontiera si è fatta largo recentemente nei territori illegali delle sostanze stupefacenti: le smart drugs hanno infatti preso piede silenziosamente e la loro espansione non sembra volersi arrestare.

Definite anche “droghe intelligenti” rappresentano la soluzione ideale per riuscire a resistere alla società 2.0 che necessità di figure professionali sempre più produttive, prestanti e concorrenziali, più vicine a dei robot che ad essere umani.

Per riuscire a reggere i ritmi lavorativi più serrati e stressanti si ricorre all’abuso di sostanze - farmaci in primis - che possano aiutare a migliorare l’attenzione e contrastare la stanchezza accumulata, aumentando la capacità produttiva .

I dati che trapelano da alcuni sondaggi non sono rassicuranti: Svizzera e Germania sul podio, oltre agli USA che ne detengono per consumo il primato.

Le statistiche segnalano che su 15 paesi presi in esame il 14% degli intervistati nel 2017 ha ammesso l’utilizzo di smart drugs, mentre nel 2015 la percentuale era solo del 5%.

Si evidenzia che il consumo negli ultimi dieci anni stia arrivando ad un aumento del 400%.

È risaputo come il consumo di sostanze stupefacenti porti alla tossicodipendenza e a conseguenze per la salute dell’individuo, ma la fattispecie diviene ancora più problematica nel momento in cui tali abusi vengono perpetrati nei luoghi di lavoro, dove entrano in gioco altri fattori in termini di sicurezza e salute, non solo del dipendente alterato da tali sostanze, ma anche di chi è a contatto con lui e potrebbe ritrovarsi in pericolo a causa di tali dissolutezze. (cd. rischio ambientale).

Il d.lgs. n. 81/2008 (T.U. della sicurezza sul lavoro) e la Conferenza Stato-Regioni del 2006, 2007, 2008 rappresentano i capisaldi per la disciplina degli stupefacenti e delle sostanze psicotrope.

In particolare, la normativa in materia di salute e sicurezza dei lavoratori contenuta nel Testo Unico specifica le condizioni di alcol dipendenza

e assunzione di sostanze psicotrope e stupefacenti, definendo all’art. 41 le procedure sulla sorveglianza sanitaria e le problematiche derivanti dal rifiuto del lavoratore di sottoporsi a visita medica. Prevedendo tra l’altro cautele maggiori in caso di particolari mansioni o prestazioni complesse, durante le quali la presenza di soggetti compromessi da alcool o droghe potrebbe determinare delle conseguenze ancor più gravi. Non tralascia poi obblighi delle parti interessate nel rapporto di lavoro: datore di lavoro, dirigente preposto e per quanto concerne la sorveglianza dei dipendenti specifica gli accertamenti necessari. A ciò si unisce la normativa inerente la valutazione del rischio droga-correlato e le disposizioni predisposte con il DPR 309/1990 che rappresenta il Testo Unico in materia di tossicodipendenza.

Il legislatore è consapevole dei rischi che potrebbero sfociare nell’ambiente di lavoro e ha normato a più riprese la fattispecie, ma la questione assume una valenza ancora più delicata e ampia se si analizza la realtà attuale.

Emblematica in questo è stata un’inchiesta del 2014 di In Migrazione: “Doparsi per lavorare come schiavi”. Una denuncia dell’agro pontino (a cui poi si sono aggiunte numerose altre testimonianze) in cui si sono ricostruite le condizioni drammatiche vissute dai braccianti indiani, costretti ad abusare di farmaci dopanti per resistere ai ritmi massacranti delle lavorazioni nei campi. In particolare, ai lavoratori veniva somministrato illegalmente l’ossicodone, prescritto come antidolorifico in ambito oncologico, questo permetteva di non sentire la fatica degli orari di lavoro impossibili e di resistere ai dolori provocati dalle mansioni svolte.

Caro ai cinesi, invece, pare sia lo shaboo, metamfetamina che regala in maniera illusoria potenza ed energia diminuendo invece le sensazioni di fame e stanchezza.

Sicuramente, però, è la cocaina la sostanza stupefacente più usata per stimolare le performance ai “piani alti”. Dopo una leggera dose ci si sente più produttivi, aperti alle nuove idee e brillanti tanto è vero che molti affermano che farne uso migliori la condizione lavorativa, anche se il prezzo da pagare è piuttosto alto… diventarne dipendente.

Rendimento e concentrazione migliorano di gran lunga grazie alla “magia” della cocaina, oltretutto si riesce a combattere anche lo stress e la stanchezza derivante da ritmi di lavoro serrati, e secondo le ultime testimonianze raccolte nei centri di disintossicazione il fenomeno ormai è fuori controllo.

Non si tratta più solo di ambienti dirigenziali della moda e dello spettacolo in cui la cocaina è sempre stata la sostanza più in voga, ormai pochi grammi diventano la quotidianità anche per camionisti, muratori, impiegati, chirurghi e simili.

Il fattore comune è la necessità di reggere a livello fisico e mentale la vita lavorativa sempre più produttiva e veloce e cercare di ridurre lo stress e la stanchezza che potrebbero compromettere un avanzamento di carriera o l’efficienza stessa del lavoratore a fine turno.

La fattispecie risulta dunque complessa e l’argomento oltre che sul piano giuridico è di doverosa analisi su quello psicologico e sfiora l’etica stessa.

Non dobbiamo dimenticare che il lavoratore, prima che un soggetto del rapporto giuridico inquadrabile nell’ordinamento stesso, è un essere umano con dei limiti, delle debolezze e delle necessità esistenziali.

È bene regolamentare gli abusi e le tossicodipendenze sui luoghi di lavoro e punire chi si abbandona ad esse, e allo stesso modo cercare di prevenire quanto suddetto attraverso accertamenti, controlli, formazione ed informazione. Nonostante tutto, probabilmente dovremmo chiederci più spesso perché ciò avviene e contestualizzare il fenomeno in maniera più accorta affinché emergano situazioni lavorative insofferenti e ambienti di lavoro distorti, perché potrebbero essere proprio questi all’origine del fenomeno stesso.


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