Cassazione: tutela risarcitoria forte in caso di abuso limitato dei permessi legge 104

di Giulia Mazzola

Sentenza Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n. 6796 del 02/03/2022

Articolo 33 L. n. 104/1992

La Corte di Cassazione con sentenza n. 6796 del 2 marzo 2022 conferma la decisione della Corte di Appello di Perugia che ha accertato l’utilizzo improprio dei permessi riconosciuti al lavoratore per assistere la madre disabile ai sensi dell’articolo 33 della L. n. 104/1992, ma ha ritenuto che la condotta del dipendente non configuri giustificato motivo di licenziamento, visto che è stata circoscritta a sole alcune ore.


La questione riguardava una azienda che aveva contestato e successivamente licenziato un dipendente poiché, durante la fruizione di due permessi legge 104, pari a otto ore l’uno, richiesti per accudire la madre portatrice di handicap, aveva svolto anche delle attività estranee a quelle per le quali i permessi erano stati concessi.


La Corte territoriale ha accertato l’abuso del diritto da parte del lavoratore, ma ha rilevato anche che le attività estranee all’assistenza della madre riguardavano “solo” tre ore delle sedici totali richieste, pari al 18,75% del tempo.

Valutando la fattispecie in ordine al principio di proporzionalità tra il grado di infrazione e la sanzione disciplinare irrogata, ai sensi dell’articolo 2106 c.c., il giudice di secondo grado ha ritenuto che il comportamento del lavoratore non abbia rappresentato “una gravità tale da determinare il venir meno dell’elemento fiduciario alla base del rapporto di lavoro”.

Dunque, l’abuso dei permessi non giustificava il provvedimento disciplinare adottato dal datore di lavoro.


Appurato che il licenziamento era ingiustificato, mentre in primo grado il giudice aveva disposto la reintegrazione del lavoratore ai sensi dell’articolo 18, comma 4 della L. n. 300/1970, la Corte di Appello di Perugia ha previsto la c.d. tutela risarcitoria forte ai sensi dell’articolo 18, comma 5 della L. n. 300/1970.

I giudici hanno infatti precisato che in presenza di sproporzionalità tra il licenziamento e la condotta che lo ha determinato, quando per la stessa non sia prevista dai contratti collettivi o dai codici disciplinari una sanzione conservativa, si rientri “nelle altre ipotesi” previste dell’articolo 18, comma 5 della L. n. 300/1970: il lavoratore non può essere reintegrato, ma ha diritto a un’indennità risarcitoria da determinarsi in base all’ultima retribuzione globale di fatto.


La Corte ha poi precisato che non è possibile ricollegare la fattispecie all’assenza ingiustificata, che prevede la sanzione conservativa, in quanto ciò che veniva contestato al lavoratore riguardava una condotta tenuta al di fuori della prestazione di lavoro, ovvero la fruizione dei permessi legge 104 richiesti per attività estranee all’assistenza della madre.


La decisione della Corte rispecchia l’orientamento giurisprudenziale sul tema: infatti i giudici, ai fini di valutare la proporzionalità del licenziamento rispetto alla condotta tenuta dal lavoratore, analizzano le attività svolte e confrontano le ore di permessi richiesti ai sensi dell’articolo 33 della L. n. 104/1992 con le ore utilizzate effettivamente per lo scopo.

Quando le ore dedicate all’attività di assistenza sono residuali, il lavoratore palesa “un disinteresse al rispetto delle esigenze aziendali e dei principi generali di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto” (cfr. Cass. n. 5574/2016) configurando giusta causa di licenziamento.

Nel caso opposto l’abuso del diritto, seppur rilevi disciplinarmente, non giustifica la sanzione del licenziamento.


È opportuno ribadire che la Corte di Cassazione (cfr. Sez. Pen. n. 54712/2016) ha precisato che i permessi hanno anche la finalità di permettere al lavoratore che li utilizzi “di poter svolgere un minimo di vita sociale”; l’assistenza permane comunque l’elemento principale e non può quindi essere disatteso.

Giova ricordare poi che il giudizio in merito alla proporzionalità della sanzione irrogata al lavoratore è demandato all’apprezzamento del giudice di merito che deve tenere in considerazione tutti gli aspetti oggettivi.


Appare spesso difficoltoso capire quando l’utilizzo dei permessi disciplinati dell’articolo 33 della L. n. 104/1992 si possa considerare corretto al fine di evitare conseguenze sia nei confronti dell’Inps quale ente erogatore del beneficio sia nei confronti del datore di lavoro che si vede privato ingiustamente della prestazione lavorativa.

Sarebbe auspicabile un chiarimento da parte dell’Istituto previdenziale riguardo le finalità e le modalità di utilizzo dei permessi.


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