La paura di morire a causa del lavoro è un danno morale

di Bianca Barbus

Con la sentenza n. 10623 del 17/06/2022 la Corte di Cassazione ha affermato che il “patema d’animo” inteso come la paura continua e logorante di morire a causa del proprio lavoro è un danno morale da risarcire, anche qualora sussistano altri fattori di rischio per la salute del lavoratore.


Nel caso di specie un lavoratore ha prestato la propria attività lavorativa come saldatore tra il 1959 e il 1990 (per ben 31 anni!) in ambienti di lavoro che lo hanno esposto all’amianto, si è ammalato di cancro ed è poi deceduto.


Gli eredi hanno lamentato la responsabilità del datore di lavoro ex. art. 2087 c.c. per non aver attuato le misure necessarie per contenere il rischio di intossicazione causando così non solo la malattia mortale ma anche uno stato di angoscia del congiunto che aveva paura di morire. Pertanto hanno ricorso in giudizio, per vedere riconosciuto il danno causato al de cuius, il quale, in vita, avrebbe per l’appunto sofferto di patema d’animo, vivendo con la costante paura di ammalarsi e morire in seguito alle condizioni di lavoro in cui aveva operato.

Durante il giudizio di primo grado è stato sottolineato come: “il fatto di sapere di essere stato esposto per tutta la durata del rapporto di lavoro ad agenti morbigeni, di venire a conoscenza che moltissimi colleghi di lavoro hanno contratto gravi patologie, e molti sono deceduti, ha generato nel ricorrente l'incertezza del proprio vivere, modificando in peius la propria vita quotidiana, mettendo in primo piano la necessità di doversi sottoporre a molti esami clinici e controlli medici, con la conseguenza di un continuo ripensare alla possibilità di ammalarsi e poi morire”.


La Corte di Appello di Genova ha rigettato il gravame non considerando la CTU con riguardo alla sussistenza del patema d’animo e sostenendo che i criteri di Helsinki (riguardanti patologie legate all’amianto e stabiliti nel 1997 da un meeting di esperti) siano applicabili solo qualora non concorrano con altri agenti cancerogeni.

In questo caso era infatti emerso chiaramente, anche dalle cartelle cliniche, che il lavoratore presentasse ulteriori fattori di rischio, primo fra tutti il tabagismo.


Il danno da paura di ammalarsi è già stato affrontato in precedenza dalla Cassazione, in particolare con la sentenza n. 24217 del 23/10/2017 in cui si è affermato che può essere provato per presunzioni e dev’essere risarcito.

Il sentimento della paura, scaturito da un fatto illecito, integra un'offesa della personalità morale, da cui deriva una lesione dei diritti inviolabili della persona.

Il danno derivante dallo sconvolgimento dell'ordinario stile di vita si verifica quando impatta sulla vita normale dell'individuo e, quindi, sulla libera e piena esplicazione delle sue abitudini quotidiane (si tratta di diritti costituzionalmente garantiti e rafforzati dall'art. 8 CEDU).


Pertanto, la Cassazione, confermando un orientamento sempre più consolidato, ha riconosciuto la sussistenza del danno morale che può essere provato anche tramite presunzioni, sulla base di nozioni di comune esperienza.


L’esposizione all’amianto e il tabagismo vengono inoltre ritenute due concause equivalenti, che hanno agito di concerto: “Nella fattispecie sussiste un concorso di cause di lesione, cagionante un evento patologico unitario ed indivisibile, in presenza del quale non può che essere applicato il principio di equivalenza delle concause ex artt. 40 e 41 c.p., non essendo possibile effettuare una ripartizione causale tra i due fattori cancerogeni, entrambi egualmente responsabili della causazione dell'evento dannoso. Pertanto, applicando il principio di equivalenza delle concause, la responsabilità del datore di lavoro che non ha usato adeguate precauzioni idonee a contenere l'esposizione all'amianto entro limiti non pericolosi, e quella del tabagismo nella causazione dell'evento sono equivalenti, senza alcuna prevalenza dell'una sull'altra”.

Tale ripartizione causale fra i due fattori cancerogeni non esime il datore di lavoro dalla propria responsabilità, tuttavia riduce l’entità del risarcimento del danno rispetto a quanto era stato inizialmente richiesto dalle ricorrenti.


Poiché il giudice d’appello non ha considerato la prova presuntiva della sofferenza morale, sebbene dettagliatamente e adeguatamente allegata, la Corte di Cassazione cassa con rinvio.

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