L'eliminazione del carattere manifesto dell’insussistenza del fatto

Con la sentenza numero 125 del 19 maggio 2022, la Consulta dichiara - nuovamente - incostituzionale l’articolo 18, comma settimo, dello Statuto dei Lavoratori (L. n. 300/1970), limitatamente alla parola “manifesta, quale termine dal significato vago e indefinito quando riferito alla insussistenza del fatto alla base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.


La questione di legittimità veniva sollevata, in via incidentale, dal Tribunale ordinario di Ravenna, con ordinanza n. 97/2021, all’interno di un processo inerente i molteplici licenziamenti intimati ad un lavoratore. Infatti, il lavoratore, licenziato dal medesimo datore dapprima per giusta causa, poi per giustificato motivo oggettivo e da ultimo ancora per giusta causa, e risultato vittorioso nella fase sommaria del processo, veniva successivamente chiamato in causa dal datore di lavoro davanti al Tribunale rimettente, con riguardo al solo licenziamento economico.

Inizialmente il Tribunale di Ravenna interrogava la Corte circa la costituzionalità del medesimo articolo: la Consulta, con la sentenza n. 59/2021, sanciva il dovere del giudice - e non più la mera possibilità - di ordinare la reintegrazione del lavoratore in caso di licenziamento economico dichiarato illegittimo per fatto manifestamente insussistente.

Nel maggio 2021, lo stesso Tribunale, con riferimento alla medesima causa, sollevava nuovamente il dubbio di legittimità con riferimento al significato pratico del termine “manifesta”, quale quid pluris dell'insussistenza del fatto necessario ai fini della reintegrazione.



Il percorso argomentativo su cui si fonda la decisione della Consulta pone le proprie basi sul contrasto della norma statutaria - come rivista dalla L. 92/2012 - con molteplici parametri costituzionali, partendo dall’articolo 3 della Carta costituzionale.


In primo luogo, a sostegno della dichiarazione di incostituzionalità del settimo comma dell’articolo 18, il Tribunale di Ravenna censurava la disparità di trattamento ravvisabile nel regime sanzionatorio previsto per il licenziamento per giusta causa o per motivo soggettivo, a confronto con quello, invece, stabilito per il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Infatti, se nel primo caso è sufficiente la mera insussistenza del fatto alla base del licenziamento affinché il giudice riconosca la tutela reintegratoria nel secondo caso è necessario dimostrare che l'insussistenza risulti “manifesta”, ossia quando l’assenza dei presupposti di legittimità del recesso siano facilmente verificabili in sede processuale.


Ulteriore anomalia, nuovamente accolta dalla Corte, viene ravvisata nel confronto con il licenziamento collettivo, sempre fondato su ragioni economiche, in quanto quest’ultimo risulta invalido, con conseguente reintegrazione, in caso di violazione dei criteri di scelta del lavoratore interessato dalla riduzione del personale. D’altra parte, nel caso di licenziamento individuale per ragioni economiche, tale casistica non sembrerebbe rientrare nell’ambito della manifesta insussistenza del fatto, senza dunque comportare la reintegra del lavoratore.


Il principio di uguaglianza risulta violato anche da un punto di vista processuale: infatti, nell’ambito dell’articolo censurato è il lavoratore a dover dimostrare la manifesta insussistenza del fatto, cioè l'inesistenza del motivo posto alla base del licenziamento intimato. Ciò risulterebbe in via oggettiva una vera e propria probatio diabolica in quanto è certamente complesso per il lavoratore dimostrare un fatto negativo - l’inesistenza del fatto - secondo un criterio di evidenza estremamente indeterminato, soprattutto considerato che tale fatto risulta “nella sfera di disponibilità anche probatoria del datore di lavoro” alla luce dell’inversione dell’onere probatorio. Peraltro, tale prassi processuale è in pieno contrasto con l’articolo 5 della L. n. 604/1966 secondo il quale “L'onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro”.

Verrebbe, inoltre, violato anche l’articolo 24 della Costituzione, dal momento che il lavoratore verrebbe disincentivato ad impugnare il licenziamento, considerate le molteplici complessità di una eventuale azione in giudizio.


A comprova di tutto quanto sopra esposto, si aggiunge l’intrinseca problematica del termine “manifesta”, per il suo carattere vago e indistinto che dovrebbe invece indirizzare il giudice nella decisione della tutela da applicare. Infatti, ancora oggi è poco chiaro come l’aggettivazione “manifesta” possa effettivamente aggiungere un quid ulteriore alla mera insussistenza del fatto, determinandone una vera e propria distinzione. In particolare, non si comprende come nella prassi il carattere “manifesta” vada a circoscrivere la reintegra ai soli vizi più gravi che abbiano portato al licenziamento illegittimo. Si tratta, dunque, di un’attribuzione indefinita che attiene alla sfera soggettiva e della discrezionalità.

Se da una parte il legislatore ha posto vincoli alla discrezionalità valutativa del giudice, ribadendo il divieto di qualunque indagine nel merito delle scelte imprenditoriali e ribadendo i criteri oggettivi di rilevanza del fatto alla base del licenziamento, dall’altra parte ha aumentato a dismisura la discrezionalità del giudice con norme a precetto generico, e per di più di incerto significato. Ciò ha contribuito a conferire sfumature e gradazioni del fatto ingiustificate che rendono estremamente complicato per il giudice, di caso in caso, decidere quando un fatto è manifestamente insussistente ai fini dell’applicazione della tutela più forte.

Trattandosi di un discrimen poco chiaro e indeterminato, il termine in questione possiede un significato pratico irragionevole, non solo tenendo debitamente in conto il ruolo processuale del lavoratore ma anche considerando il ruolo del giudice, in quanto il termine porta una vasta incertezza applicativa e potrebbe, dunque, comportare soluzioni difformi anche in situazioni fattuali simili.

E’ per queste ragioni che la stessa Corte ritiene fondata la censura del Tribunale rimettente circa la violazione anche del secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, in quanto in tale scenario non sembrerebbero del tutto rimossi gli ostacoli di ordine sociale ed economico in grado di garantire il pieno sviluppo dell’individuo.


Il filo conduttore, più volte ribadito dalla Corte anche in altre recenti sentenze, è costituito dal diritto del lavoratore a non essere ingiustamente licenziato, come da combinata lettura degli articoli 4 e 35 della Costituzione. Caso per caso, è il giudice che è tenuto ad applicare la normativa e il sistema di tutele previsto dal legislatore ma sempre e comunque nel rispetto dei principi enunciati dalla Costituzione, qui pienamente violati, con conseguente accoglimento delle censure proposte.


Alla luce dell’iter logico compiuto dai giudici nella sentenza in commento, è condivisibile la declaratoria di incostituzionalità riferita alla parola “manifesta” all’interno del dettato normativo, dal momento che il termine in questione nulla aggiunge ai criteri giuridici di applicazione della tutela reintegratoria nel caso di licenziamento per g.m.o..

In primo luogo, infatti, è discutibile l'interpretazione del termine “manifesta” inteso come facilità di provare in giudizio un grave vizio del licenziamento economico. Ciò non pare ammissibile in quanto risulta profondamente ingiustificato ammettere una tutela più forte nei soli casi in cui, a livello meramente processuale e non sostanziale, il vizio sia di più facile accertabilità in giudizio, ammettendo, di conseguenza, una tutela minore nei casi in cui il lavoratore non sia in grado di dimostrare manifestamente l’esistenza di un fatto a presidio del licenziamento intimatogli. Infatti, anche solo la mera inesistenza del fatto che giustifica un licenziamento correttamente intimato, comporterebbe inevitabilmente l’illegittimità stessa del licenziamento, con il conseguente diritto del lavoratore a non perdere il posto di lavoro.

Ecco, dunque, che l’incostituzionalità sancita nella sentenza in nota, combinata alla sentenza n. 59/2021, ha ampliato considerevolmente l’applicabilità della reintegra a tutela del lavoratore interessato, eliminando il discrimen della evidenza probatoria.


In secondo luogo, risulta necessario analizzare le conseguenze pratiche di questa estensione.

Il tanto discusso articolo 18, come ad oggi riformato, si applica solo ed esclusivamente ai lavoratori “vecchi assunti” - prima del 7 marzo 2015. Il dettato normativo ammette l’annullamento del licenziamento per g.m.o., condanna il datore alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro nonché al pagamento di un'indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto entro il limite delle 12 mensilità (la cd tutela reale attenuata di cui all'articolo 18 comma quarto), come riformata nel 2012 dalla Legge Fornero (L. n. 92/2012).

D’altra parte, considerato che vi è l’obbligo, e non più la possibilità, di applicare la tutela reintegratoria in caso di licenziamento per g.m.o. illegittimo, e non essendovi più una netta distinzione tra la mera insussistenza del fatto e il carattere manifesto dell’insussistenza del fatto, ci si domanda quali siano gli ambiti di applicazione - ormai residuali - dell’indennità. La Corte a titolo esemplificativo vi fa rientrare “il mancato rispetto della buona fede e della correttezza che presiedono alla scelta dei lavoratori da licenziare, quando questi appartengono a personale omogeneo e fungibile”, ma, in termini concreti, è evidente che tutto questo contribuisce a rimarcare ulteriormente la sempre più netta distinzione tra vecchi e nuovi assunti, dove i primi sono oggi ancor più tutelati dei secondi; per questi ultimi, inoltre, il sistema sanzionatorio più garantistico di cui si discute è stato superato dal Jobs Act, che ne prevede solo una tutela indennitaria.

Peraltro, non possiamo nemmeno definire tout court una “conquista” quanto sancito dalla Corte dal momento che tale trattamento più garantistico è destinato a eliminarsi fisiologicamente con il tempo, rimanendo solo la tutela indennitaria per i licenziamenti economici intimati a tutti gli assunti all’indomani del 7 marzo 2015.


Da un lato, la produzione degli effetti disapplicativi che l’eliminazione del termine “manifesta” comporterà, come previsto dall’articolo 136 della Costituzione, sarà retroattiva, con efficacia nel tempo ex tunc, trattandosi di sentenza costituzionale. Dunque, gli effetti disapplicativi varranno non solo per tutti i lavoratori “vecchi assunti” che eventualmente incorreranno in licenziamenti economici illegittimi ma anche per ogni lavoratore “vecchio assunto” con situazioni processuali simili precedenti e non ancora definite.

Infatti, solamente i casi chiusi ed esauriti con sentenza passata in giudicato, quali i licenziamenti intimati e non più impugnabili, potranno ritenersi esclusi dalle novità giurisprudenziali qui discusse.

Dall’altro lato, però, dovremo attendere eventuali interventi legislativi che tengano possibilmente conto di tali questioni di legittimità costituzionale, già parte di un rilevante e copioso dibattito dottrinale e giurisprudenziale.


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