CONTRIBUTI PREVIDENZIALI: PRESCRIZIONE DECENNALE o QUINQUENNALE?

di ELISA CHIORLIN

Con la Sentenza n. 5418 del 18 Febbraio 2022 la Cassazione ha affrontato l’annoso problema della prescrizione dei contributi previdenziali così come modificato dalla Riforma operata dalla Legge n. 335/1995 e con vigenza dal gennaio 1996.


In particolare, la Corte ha posto l’accento sul tema, molto dibattuto, della diversa applicazione della prescrizione contributiva quinquennale e decennale (termine valevole fino al dicembre 1995), nonché dell’art. 3, comma 9 e 10, L. n. 335/1995.

Come noto la Legge n. 335/1995 (con l’art. 3 comma 9) ha modificato il termine di prescrizione dei contributi versati al Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti (FPLD), e delle altre contribuzioni cd. minori, riducendo, dal 1° gennaio 1996, a cinque anni il tempo massimo entro cui azionare il diritto eventualmente leso, mantenendo comunque salvo il previgente termine in tutti quei casi di atti interruttivi già posti in essere alla data suindicata o in caso di denuncia presentata direttamente dal lavoratore stesso (o dai suoi superstiti). Pertanto, in linea generale, e sulla base di una corrente della Corte stessa, il termine di prescrizione “ridotto” è applicato anche a tutte le contribuzioni sorte precedentemente alla riforma del 1995.


Nel caso di specie il Tribunale di merito di Catania aveva rigettato un’istanza ultra-tardiva di ammissione allo stato passivo, presentata dall’Istituto Previdenziale INPS, adducendo che i periodi contributivi, contenuti all’interno del verbale ispettivo e su cui si basava la richiesta avanzata dall’Ente, erano prescritti e in parte non quantificabili per mancanza della documentazione probante. Inoltre aveva evidenziato che il meccanismo contenuto all’interno dell’art 3 comma 9, lett. a) L. n. 335/1995 si potesse applicare solamente nei confronti dell’imprenditore in bonis, essendo la curatela un soggetto terzo rispetto al rapporto previdenziale e lavorativo. Su tale punto la Corte di Cassazione sesta sezione ha trasmesso istanza interlocutoria alla sezione quarta e il cui esito non verrà affrontato nel presente elaborato.

Nessuna obiezione è stata invece avanzata in relazione alla presentazione ultra-tardiva dell’istanza INPS, in quanto l’Istituto ha dovuto attendere la proposizione dei ricorsi amministrativi dei singoli lavoratori al fine di poter valutare nel concreto, attraverso visita ispettiva, l’ammontare delle somme dovute. Tale circostanza rendeva di fatto impossibile la presentazione da parte dell’INPS dell’istanza nei termini previsti dalla Legge Fallimentare.


Preme evidenziare che oggetto del verbale ispettivo era il trattamento di fine rapporto, così come disciplinato dall’art 2120 cod.civ. e dalla L. n. 296/2006 art. 1 comma 755-756, che l’azienda fallita avrebbe dovuto versare mensilmente al Fondo di Tesoreria Inps. Infatti per espressa previsione (comma 756) il finanziamento al Fondo avviene attraverso il versamento di un contributo pari alla quota di T.F.R. maturata dal lavoratore e non destinata ad altre forme di previdenza complementare, acquisendo di conseguenza natura contributiva, al pari di quella dovuta dal datore di lavoro, e soggetta ai medesimi obblighi di accertamento e riscossione.

Considerandosi alla stregua di un contributo deve essere versato mensilmente dal datore di lavoro tramite modello f24 e comunicato attraverso il flusso Uniemens all’Istituto con specifica indicazione del nominativo del singolo lavoratore oltre all’importo ad esso spessante. All’atto della cessazione del rapporto di lavoro il dipendente riceverà comunque quanto a lui spettante a titolo di T.F.R. direttamente dal datore di lavoro o dall’INPS in specifici casi.

Inoltre è pienamente applicabile l’automaticità delle prestazioni statuita dall’art 2116 cod. civ., e dunque qualora vi sia stata l’omissione totale o parziale del versamento della contribuzione previdenziale, ovvero l’importo accantonato al fondo sia stato indebitamente conguagliato, permane la tutela nei confronti del lavoratore che avrà comunque diritto a vedersi riconosciuto quanto a lui dovuto. Sulla questione si è espresso lo stesso Istituto fornendo indicazioni operative ai propri funzionari attraverso il Messaggio Inps n. 2057 del 3 febbraio 2012.


Ritornando alla sentenza di merito oggetto di ricorso innanzi alla Corte di Cassazione, l’Istituto previdenziale ha addotto due motivi di ricorso: con il primo motivo veniva contestato il fatto di non aver considerato interruttivo della prescrizione il primo verbale ispettivo notificato, ribadendo l’applicabilità della prescrizione decennale stante la denuncia presentata dal lavoratore, mentre con il secondo motivo si contestava l’errata considerazione del periodo di prescrizione antecedente all’istanza di insinuazione al passivo presentata dall’ente.


La Corte di Cassazione, in relazione al primo motivo di ricorso, ha fornito una chiave di lettura dell’art 3 comma 9-10 L. n. 335/1995, sostenendo che i due commi appena citati debbano necessariamente essere letti in maniera congiunta, in quanto il legislatore ha cercato di armonizzare i due diversi termini di prescrizione soprattutto in un primo periodo di transizione.

Non solo, la Corte si spinge fino ad affermare che l’eventuale denuncia presentata dal lavoratore abbia valenza solamente all’interno del regime transitorio e non costituisca un termine speciale di prescrizione. Ciò, secondo i Giudici, si deduce dalla netta autonomia che sussiste tra i rapporti contributivo-previdenziale-lavorativo e in modo tale anche da consentire un equilibrio finanziario dell’ente previdenziale.


Inoltre, viene ribadito l’orientamento consolidato della Corte in merito alla notifica del verbale ispettivo da considerarsi valevole in tutti i suoi effetti come atto interruttivo della prescrizione. Tale precisazione si è resa necessaria in quanto il Tribunale di Catania, per il tramite del curatore fallimentare, ha valutato atto interruttivo solamente l’istanza di insinuazione allo stato passivo, nonostante la curatela avesse ricevuto copia del verbale unico di accertamento svolto nei suoi confronti.

Pertanto, l’orientamento assunto “..integra il vizio di violazione denunciato..” in quanto contrario alla costante indicazione fornita dalla Corte di Cassazione.

È stata pertanto cassata la decisione del Tribunale di Catania, con obbligo di procedere nuovamente alla verifica del termine prescrizionale, sulla base delle indicazioni contenute nella sentenza in trattazione, e di conseguenza dell’eventuale credito da riconoscere all’Istituto Previdenziale.


In merito al secondo motivo di ricorso viene precisato che lo stesso risulta inammissibile, e non suscettibile di un giudizio di legittimità, in quanto il decreto impugnato ha semplicemente evidenziato che all’interno dell’istanza di insinuazione presentata dall’Inps non risultavano prodotti gli allegati richiamati dal medesimo verbale, e pertanto non era possibile procedere ad una corretta quantificazione dei contributi da ammettere.

Su tale aspetto è importante rilevare che il Curatore Fallimentare è sempre sotto l’occhio vigile oltre del Giudice Delegato, anche del Comitato dei Creditori nei confronti dei quali deve rispondere, in qualità di Pubblico Ufficia, di eventuali errori nell’accertamento dei debiti dell’azienda fallita con conseguente possibile danno nei confronti di intere classi creditizie.

In conclusione la Corte di Cassazione ha parzialmente cassato il decreto impugnato, soprattutto in riferimento al primo motivo di ricorso riconoscendo all’Inps la facoltà di un riesame dell’istanza impugnata con particolare attenzione alla modalità di valorizzazione di periodi contributivi prescritti. Non ha invece riconosciuto l’applicabilità della prescrizione decennale nonostante la denuncia presentata dal lavoratore e richiamata espressamente nel Verbale di Accertamento, oltre ad aver dichiarato inammissibile il secondo motivo di ricorso.


Rimane quindi da chiedersi, se l’orientamento assunto dalla Corte di Cassazione, nell’individuare il termine decennale di prescrizione valevole solamente nel periodo di transizione dal termine lungo al più breve, sia definitivo e non soggetto ad ulteriori correnti. Infatti, l’interpretazione dei commi 9-10 dell’art 3 L. n. 335/1995 è stata più volte sollevata innanzi alla Corte stessa e non sempre le decisioni sono state uniformi, tant’è che la stessa Cassazione ha definito tale disposizione normativa “…la principale difficoltà nella ricostruzione di questo sistema…che ha posto notevoli problemi interpretativi per la sua criticabile formulazione…”(Corte Cass. Sentenza 7 marzo 2008, n. 6173) generando una molteplicità di orientamenti anche all’interno dello stesso organo giurisprudenziale.

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