Cassazione: la mancata imputazione a TFR del credito esclude l’intervento del Fondo di Garanzia


di Paola Barresi


Sentenza Corte di Cassazione Civile, Sezione Lavoro, n. 3165 del 02/02/2022

Sentenza impugnata n. 672/2015 della Corte di Appello di Milano

Norma impugnata: articolo 2 comma 2 della L. 297/1982e articolo 95 della L. 267/1942



In linea con l’orientamento giurisprudenziale maggioritario, la Corte Suprema, con la sentenza in commento, accoglie l’impugnazione dell’INPS, oppostosi alla sentenza d’Appello che accoglieva la richiesta di un lavoratore intenzionato a conseguire dal Fondo di Garanzia il TFR maturato alle dipendenze della società datrice di lavoro, dichiarata fallita.


Anche in questa occasione, la Cassazione ribadisce il principio di diritto secondo il quale in caso di fallimento del datore di lavoro, qualora manchi una espressa imputazione a TFR del credito del lavoratore ammesso al passivo, va escluso l'intervento del Fondo di Garanzia, in quanto, ai sensi di legge, quest’ultimo è in ogni caso vincolato alle risultanze dello stato passivo reso esecutivo.



La Cassazione ammette la falsa applicazione dell’articolo 2, comma secondo, della Legge 297/1982, a causa di una errata interpretazione della Corte di Appello, secondo cui era possibile l’erogazione, da parte del Fondo, delle somme retributive a credito del lavoratore, anche in caso di mancata imputazione delle stesse a TFR durante la procedura fallimentare, per due motivazioni principali.


Partendo dal dato normativo, l’articolo 2, comma secondo, della Legge 297/1982 stabilisce che il Fondo di Garanzia possa procedere al pagamento del trattamento di fine rapporto e dei relativi crediti accessori, previa detrazione delle somme eventualmente già corrisposte, solo dopo che siano “trascorsi quindici giorni dal deposito dello stato passivo, reso esecutivo ai sensi dell'articolo 97 [della L.F.] ovvero dopo la pubblicazione della sentenza di cui all'articolo 99 [della L.F.]” qualora siano state proposte opposizioni o impugnazioni riguardanti il credito del lavoratore.

Dal dettato normativo è ravvisabile come l’intervento del Fondo previdenziale sia vincolato alla esecutività dello stato passivo risultante dalla procedura fallimentare nonché da quanto in esso stabilito, e dalla sentenza che abbia deciso eventuali opposizioni ad esso.

D’altra parte, nel caso di specie, l’importo fatto valere dal lavoratore in sede di insinuazione al passivo non è stato – erroneamente da un punto di vista teorico contenutistico – imputato a titolo di TFR, essendo stato qualificato dal curatore solo ed esclusivamente come credito ammissibile “a titolo di differenze retributive”. Inoltre, dal lato procedurale, il giudice delegato, successivamente intervenuto, non ha dato nota di alcuna contestazione né opposizione da parte del lavoratore a proposito della errata qualificazione.

Con riguardo all’errata qualificazione del credito retributivo non imputato a TFR sono diverse le sentenze che stabiliscono come l’accertamento contenuto nello stato passivo, frutto del procedimento derivante dalla insinuazione al passivo del lavoratore, dal vaglio con giudizio positivo del Curatore e dall’ammissione allo stato passivo reso esecutivo con decreto dal Giudice delegato, diventa definitivo, alla stregua di un giudicato che non può in alcun modo essere più confutato da un soggetto terzo, come l’INPS.

In questi termini, rileva un’assoluta irrilevanza della errata qualificazione operata in sede di procedura fallimentare, vigendo un principio di “terzietà” dell’Istituto previdenziale in ordine ad accertamenti svoltisi in sede fallimentare tra datore di lavoro e lavoratore, sia che il diritto preteso sia stato ritenuto sussistente sia che sia stato escluso.

Inoltre, alla luce della errata qualificazione del credito, la Cassazione ha sottolineato l’assenza di opposizioni da parte del lavoratore in tal senso. Infatti, l’errore operato dal curatore poteva essere ravvisato e poi contestato dal lavoratore con gli adeguati strumenti disposti dalla legge fallimentare, in sede di opposizione allo stato passivo (Cfr. sentenza Cassazione n. 24730/2015) e non più tardi davanti all’INPS che, quale istituto previdenziale, secondo la legge, si rende conforme alle disposizioni dello stato passivo ormai esecutivo.

A tal riguardo, è bene sottolineare l’importanza dell’onere della prova che ricade sul lavoratore sia in fase fallimentare che nella procedura di domanda al Fondo di erogazione dei crediti accertati nello stato passivo.

Una diversa interpretazione dei fatti, nonché delle fonti normative riportate dalla Cassazione, porterebbe inevitabilmente a delle conseguenze fisiologicamente inesatte. Ad esempio, si pensi all’impossibilità del F ondo di Garanzia di surrogarsi al lavoratore per recuperare le somme “corrette” a quest’ultimo già erogate, mancando nello stato passivo la somma imputabile a quel titolo.

Infine, così come l’INPS, escluso dalla gamma de protagonisti della procedura fallimentare, non può sindacare nel merito lo stato passivo, anche il giudice adito dal lavoratore non può in piena autonomia e con libero arbitrio procedere ad una imputazione del credito del lavoratore differente da quella operata in sede fallimentare senza contrastare con la portata normativa dell’articolo 2, comma secondo, della Legge 297/1982.


La Cassazione, inoltre, ricostruisce la struttura dell’istituto giuridico dell’accollo cumulativo, nonché la natura delle obbligazioni coinvolte, per ribadire quanto già affermato da molteplice giurisprudenza precedente.

In termini civilistici, infatti, l’accollo cumulativo che si realizza vedrebbe l’INPS quale accollante del datore di lavoro/accollato, a capo dell’obbligazione sussidiaria che comporterebbe la preventiva escussione da parte del lavoratore dell’obbligato principale, il datore, e solo dopo che tale richiesta sia risultata infruttuosa, il lavoratore potrà rivolgersi all’INPS.

Partendo da questa ricostruzione, la giurisprudenza ha sottolineato la presenza di due obbligazioni, distinte e autonome, nonché di diversa natura.

La prima è un’obbligazione di natura retributiva che trova la propria causa nel rapporto di lavoro instauratosi tra il creditore/lavoratore e il debitore/datore di lavoro. Una volta che il creditore non abbia soddisfatto il proprio credito e, dunque, a seguito di dichiarato fallimento del datore di lavoro, potrà recuperare le somme a credito dal Fondo di Garanzia, sulla base di una seconda obbligazione, per questo motivo sussidiaria, di natura però previdenziale, in quanto la ragione della sua esistenza non è il rapporto di lavoro ma il rapporto assicurativo nato, da un lato, dalla domanda del lavoratore, dopo opportuna dimostrazione della sussistenza dei requisiti e delle condizioni necessarie a giustificare l’erogazione delle somme retributive, e, dall’altro lato, alla luce della contribuzione datoriale versata al Fondo medesimo (pur essendo applicabile l’articolo 2116 del c.c.). Dunque, in questi termini, il credito del lavoratore non è più retributivo ma previdenziale e pone le sue basi su un diverso rapporto.

Questa differente natura delle obbligazioni e l’autonomia che le contraddistingue giustifica, ancora una volta, la terzietà dell’INPS rispetto a quanto stabilito in sede fallimentare.



Alla luce dell’iter logico compiuto dai giudici nella sentenza in commento è possibile, dunque, ritenere non condivisibile la giurisprudenza minoritaria secondo la quale, invece, il Fondo è tenuto a riconoscere il credito al lavoratore, anche quando erroneamente qualificato. Questa ricostruzione non risulta condivisibile in quanto prevede l’erogazione delle somme da parte del Fondo di Garanzia, con correzione d’ufficio. D’altra parte, la Cassazione ne sottolinea la scorrettezza in quanto non solo in contrasto con le disposizioni normative citate (Legge 297/1982) ma anche a causa della mancata constatazione della diversa natura delle obbligazioni coinvolte, ritenendo erroneamente l’obbligazione sussidiaria del Fondo come di natura retributiva, al pari di quella del datore insolvente.

Certamente pare ragionevole quanto condiviso dalla Cassazione, in quanto la non applicazione in questi termini della correzione d’ufficio non andrebbe in alcun modo a contrastare con la ratio della norma, che mira a tutelare i lavoratori in tali situazioni, come da principio stabilito dalla Direttiva Europea 1980/98. Infatti, sono diversi gli strumenti a disposizione e tutela del lavoratore finalizzati ad evitare ripercussioni negative (come la mancata erogazione delle somme spettanti da parte del Fondo per le inesatte risultanze dello stato passivo), azioni esperibili durante la fase procedurale senza alcun intervento dell’Istituto previdenziale.



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