Posso assumere mio figlio? Posso assumere un socio di maggioranza? Risponde il Tribunale di Brescia

di Mattia Agosta


La sentenza n. 35/2022 del Tribunale di Brescia riveste particolare interesse considerato che il Giudice, la Dott.ssa Natalia Pala, ha riconosciuto la natura subordinata di un rapporto di lavoro pluridecennale nonostante il fatto che il ricorrente fosse sia socio di maggioranza che figlio dell’amministratore unico.


Il Giudice ha, infatti, pienamente confermato la natura subordinata del rapporto di lavoro avendo constatato il carattere meramente esecutivo delle mansioni concretamente svolte dal soggetto (...), nonché l'effettiva sussistenza del requisito dell'eterodirezione, in quanto è stato dimostrato che tutte le scelte strategiche aziendali, tipiche dell'attività di amministrazione societaria, venivano prese dall’Amministratore Unico, congiuntamente, trattandosi di un’azienda edile, con il capocantiere, con il responsabile tecnico e con il responsabile amministrativo.


Il Tribunale di Brescia con la suddetta pronuncia torna su un’annosa questione spesso oggetto dei quesiti che i Consulenti del Lavoro ricevono dai propri assistiti: Posso assumere mio figlio? Posso assumere uno dei soci? Infatti, nel caso di specie, il Sig. E.P., che è sia socio di maggioranza di una società di capitali (detenendo addirittura il 90% delle quote sociali) sia figlio dell’Amministratore Unico (quindi legato da uno strettissimo vincolo di parentela con la direzione aziendale).

Egli risulta assunto con un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con l’azienda, operante nel settore delle costruzioni edili, sin dal 6.10.1999.

Il Sig. E.P. ricorre chiedendo l’accertamento dell’invalidità di un provvedimento dell’INPS, il quale, all’esito di un’ispezione eseguita congiuntamente all’ITL, aveva disconosciuto il rapporto di lavoro subordinato del Sig. E.P. a far data dal 9.10.2008, evidenziando in particolare che la qualifica di socio di maggioranza di E.P., in virtù dei conseguenti poteri gestori, risultava incompatibile con l’esistenza di un rapporto di natura subordinata con la società. Conseguentemente, sostiene l’Istituto previdenziale, non sarebbe rilevabile il requisito dell’eterodirezione tipico della subordinazione.


Nel corso del procedimento il Giudice si concentra su due questioni prefiggendosi di dimostrare, da un lato, l’esistenza di quelli che ormai la giurisprudenza definisce come “indici di subordinazione” al fine di ricondurre il rapporto del ricorrente nell’ambito dell’art. 2094 c.c. e, dall’altro, che la prestazione lavorativa resa dal ricorrente non sia riconducibile all’istituto dell’impresa familiare.


Sul primo punto, incombeva sul ricorrente l’onere di dimostrare che le concrete modalità di svolgimento del rapporto lavorativo fossero coerenti con le mansioni concordate in fase di assunzione, che le stesse fossero meramente esecutive e che si potesse constatare l’effettivo assoggettamento al potere direttivo, organizzativo e disciplinare dell’amministratore unico e di altri soggetti nell’organigramma aziendale superiori in grado al Sig. E.P..

Nel concreto, ha accertato il Giudice, il ricorrente: (i) era tenuto al rispetto dell’orario di lavoro imposto dalla prassi aziendale e/o dai capicantiere, (ii) seguiva la direttive dei suoi superiori prestando la propria attività dove fosse richiesta, tra l’altro svolgendo i compiti più disparati, (iii) era tenuta a chiedere, in caso di necessità, i permessi e le ferie che venivano approvate (per tutti i lavoratori) solo dall’amministratore unico e (iv) veniva (addirittura) rimproverato o redarguito dai suoi superiori se il lavoro svolto non rispettava gli standard aziendali.

Appare evidente, quindi, la sussistenza di una serie di indici di subordinazione: rispetto di un orario di lavoro, il concordare il periodo feriale, l’utilizzo, per lo svolgimento dell’attività lavorativa, di strumenti di proprietà del datore di lavoro ed il ricevere costantemente ordini e disposizioni.

Tra l’altro le conclusioni a cui sono giusti gli organi ispettivi dell’INPS e dell’ITL non trovano conferma in giurisprudenza e nella recente prassi: è lo stesso istituto previdenziale che con il messaggio INPS n. 3359/2019 ribadisce il principio secondo il quale le qualità di socio e di lavoratore subordinato di una stessa società di capitali sono cumulabili, purché si accerti l’attribuzione di mansioni diverse da quelle propriamente di attività gestionale e ci siano gli elementi propri della subordinazione. Il medesimo messaggio tra l’altro accetta, demandando l’analisi ai singoli casi concreti, la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato anche con un socio di società di capitali che assuma anche il ruolo di amministratore, mentre pone il veto, per ovvi motivi, solo sulla figura dell’amministratore unico al pari del titolare di ditta individuale.

Sul secondo punto l’INPS chiede di ricondurre la prestazione lavorativa resa dal ricorrente nell’ambito dell’impresa familiare, sostenendo che l’attività lavorativa di E.P. sia stata resa a titolo gratuito considerando che la presenza di buste paga non è sufficiente a provare che i relativi stipendi siano effettivamente stati pagati. In merito all’assunzione di un parente stretto della proprietà aziendale l’INPS, come da circolare n. 179/1989, ritiene ammissibile in linea teorica il rapporto di lavoro instaurato con un dipendente-parente ma l’istituto basa la questione sulla presunzione di gratuità per motivi familiari e quindi andrebbe dimostrato che il rapporto non è a titolo gratuito. Su tale questione si sofferma anche la Corte di Cassazione con sentenza n. 4535/2018, sostenendo la legittimità del rapporto di lavoro tra parenti, anche strettissimi, purché sia rilevabile l’inserimento organizzativo e gerarchico nell’organizzazione aziendale e che, risulti: la corresponsione di un compenso a cadenze fisse, la presenza costante, l’osservanza di un orario, il “programmatico valersi da parte del titolare della prestazione lavorativa”.

Concludendo, appare evidente come, nel caso in esame, il Tribunale abbia accolto il ricorso del Sig. E.P. accertando la piena legittimità del rapporto di lavoro intercorrente avallando, quindi, l’assunzione di un parente stretta e di un socio di maggioranza di una società di capitali purché siano facilmente rilevabili gli elementi propri della subordinazione e sia, sostanzialmente, provabile l’assoggettamento al potere direttivo di un soggetto terzo.

Tuttavia, visto l’orientamento degli ispettori dell’Istituto contrari all’attuale giurisprudenza e prassi sul tema oggetto della sentenza del Tribunale di Brescia, viene da chiedersi se sia più conveniente per le aziende inquadrare diversamente i rapporti di lavoro non palesemente di natura subordinata, onde evitare, inutili oneri aggiuntivi a loro carico. Basti pensare che nel caso in esame, nonostante la sentenza completamente favorevole all’azienda, le spese di lite sono state compensate tra le parti, onere che la ditta ha dovuto sostenere nonostante abbia operato correttamente.


89 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti