L’ANF spetta anche ai cittadini extracomunitari con i familiari residenti in un Paese terzo?

Aggiornamento: 14 giu

di Eleonora Zambon

La Corte costituzionale con la sentenza n. 67 del 2022 ha chiarito che i cittadini extracomunitari, soggiornanti di lungo periodo e con permesso unico di lavoro, devono godere “dello stesso trattamento dei cittadini nazionali per quanto riguarda le prestazioni sociali, l’assistenza sociale e la

protezione sociale ai sensi della legislazione nazionale”, compreso, quindi, il beneficio di accedere all’assegno per il nucleo familiare, anche se alcuni componenti della famiglia risiedono temporaneamente nel paese di origine.


Legislazione italiana

Secondo quanto stabilito dalla legislazione italiana l’assegno unico familiare, il c.d. ANF, introdotto dal d.l. n. 69/1988 e convertito in l. n. 153/1988, è una prestazione economica a sostegno del reddito delle famiglie dei lavoratori dipendenti o dei pensionati da lavoro dipendente ed è calcolato in relazione alla dimensione del nucleo familiare, alla sua tipologia e in relazione al reddito complessivo.

L’assegno, quindi, è corrisposto in favore del nucleo complessivamente considerato e non in favore dei familiari singolarmente considerati come beneficiari.

Tuttavia l’art. 2, comma 6 bis del d.l. n. 69/1988 prevede che “non fanno parte del nucleo familiare il coniuge, i figli ed equiparati di cittadino straniero che non abbiano la residenza nel territorio della Repubblica […]”, determinando, così, una diversa nozione di nucleo familiare riferita ai cittadini extracomunitari e una disparità di trattamento tra i cittadini italiani e stranieri.

Pertanto, ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno familiare, il requisito della residenza nel territorio italiano non è richiesto per i familiari del cittadino italiano, mentre è necessario per i familiari del cittadino straniero.

La Corte di cassazione ha chiarito che l’ANF ha caratteristiche tali da essere ricompreso nell’ambito delle previsioni di cui agli articoli 11, paragrafo 1, lett. d), della direttiva 2003/109/CE e 12, paragrafo 1, lett. c), della direttiva 2011/98/UE che impongono la parità di trattamento.

L’art. 11, paragrafo 1, lett. d), della direttiva 2003/109/CE sancisce che il soggiornante di lungo periodo gode dello stesso trattamento dei cittadini nazionali per quanto riguarda le prestazioni sociali, l’assistenza sociale e la protezione sociale, mentre l'art. 12, paragrafo 1, lett. c), della direttiva 2011/98/UE prevede che i lavoratori di paesi terzi beneficiano dello stesso trattamento riservato ai cittadini dello stato membro in cui soggiornano per quanto concerne i settori della sicurezza sociale definiti dal regolamento CE n. 883/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio.


Questione di legittimità costituzionale

Nel caso in esame, l’INPS ha impugnato, con ricorso per cassazione, la sentenza della Corte d’appello di Brescia con la quale è stato confermato l’accoglimento del ricorso del cittadino pakistano, titolare del permesso soggiorno di lungo periodo. Il soggiornante in questione ha domandato l’accertamento del carattere discriminatorio del mancato riconoscimento dell’ANF nel periodo durante il quale i suoi familiari erano tornati nel Paese d’origine (settembre 2011-aprile 2014). La sentenza, oggetto del ricorso per cassazione, ha riconosciuto al cittadino extracomunitario l’assegno per il nucleo familiare e ha condannato l’INPS e il datore di lavoro al pagamento delle relative somme.

La Corte di cassazione si è rivolta, ai sensi dell’art. 267 TFUE, alla Corte di giustizia sollevando un quesito sulla compatibilità dell’art. 2, c. 6 bis, vigente anche dopo il recepimento della normativa europea, con le direttive 2003/109/CE e 2011/98/UE.

La Corte di giustizia ha sancito che l’art. 2, c. 6 bis è incompatibile con le disposizioni contenute negli articoli 11 e 12 delle suddette direttive, specificando che il beneficio della prestazione di sicurezza sociale non può essere ridotto o rifiutato al lavoratore extracomunitario per il solo motivo che i suoi familiari risiedono temporaneamente in un Paese terzo.

L’intervento dell’Unione è finalizzato a prevedere un obbligo di non differenziare il trattamento di un cittadino straniero rispetto a quello previsto per i cittadini dello stato in cui essi lavorano legalmente.

Concluso il rinvio pregiudiziale, la Corte di cassazione, ritenendo di non poter disapplicare l’art. 2, c. 6 bis a causa di una disciplina incompiuta del diritto europeo, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del suddetto articolo per contrasto con gli artt. 11 e 117, c. 1, della Costituzione.

Poiché la Corte di giustizia, al fine di garantire l’applicazione uniforme in tutti gli Stati membri, è l’interprete del diritto dell’Unione europea, le decisioni adottate sono vincolanti per il giudice che ha disposto il rinvio. Per questo motivo il giudice nazionale ha l’obbligo di garantire la piena efficacia delle norme europee dotate di effetto diretto, “disapplicando, all’occorrenza” qualsiasi disposizione del diritto nazionale contrastante con il diritto dell’Unione. La mancata disapplicazione di una disposizione nazionale contrastante con il diritto europeo “viola i principi di uguaglianza tra gli Stati membri e di leale collaborazione tra l’Unione e gli Stati membri […]”.

Alla luce di quanto detto la Corte costituzionale, con la sentenza n. 67/2022, ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dalla Corte di cassazione e ha affermato che il principio del primato del diritto dell’Unione costituisce “l’architrave su cui poggia la comunità delle corti nazionali, tenute insieme da convergenti diritti e obblighi”.

Per questo motivo, il giudice del rinvio dovrà adeguarsi a quanto detto dalla Corte europea, alla quale va la competenza esclusiva nell’interpretazione e applicazione dei Trattati.

Aspettando dunque l’applicazione da parte del giudice di questo “regime paritario”, sostenuto dai principi europei, ci si aspettano chiarimenti da parte dell’INPS, il quale dovrà emanare quanto prima disposizioni per consentire ai cittadini stranieri titolari dei permessi di cui sopra di presentare domanda e recuperare il dovuto nei limiti della prescrizione quinquennale.


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Per approfondire...


Requisiti di spettanza nuovo assegno unico.

Il nuovo assegno unico spetta a tutti i nuclei familiari, senza limiti di reddito, e il relativo importo sarà graduato in base al valore dell’ISEE e in misura decrescente all’aumentare dei redditi dichiarati.

Tuttavia, il limite ISEE previsto per poter beneficiare dell’assegno unico in misura piena è fissato a 15.000 euro, ma dal 2022 e fino al 2025 è inoltre riconosciuta una maggiorazione provvisoria per i nuclei con ISEE fino a 25.000 euro percettori degli ANF, al fine di garantire la graduale transizione dalle vecchie alle nuove misure di sostegno alla genitorialità.

Per i figli fino a 18 anni andrà l’importo riconosciuto va da 50 euro a 175 euro, alla quale sarà necessario sommare le maggiorazioni spettanti in caso di presenza di tre figli o per i nuclei familiari in cui entrambi i genitori lavorano.

Dai 18 ai 21 anni l’importo riconosciuto sarà pari a 85 euro, ma sarà necessario che ricorra una delle seguenti condizioni per poterne beneficiare:

  • Frequentare un corso di formazione scolastica o professionale o un corso di laurea,

  • Svolgere un tirocinio o un’attività lavorativa e possedere un reddito inferiore a 8.000 Euro annui,

  • Essere disoccupato e in cerca di un lavoro presso i centri per l’impiego,

  • Svolgere il servizio civile.







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